Turismo

Viaggio in Italia

Il 2020 è l’anno del Covid-19. Tutto ciò che questo virus ha portato, più o meno indirettamente, più o meno trasversalmente, nelle nostre vite ci ha cambiato e continuerà a cambiarci. Alcune generazioni ricorderanno bene com’era la vita “prima”. Per altre generazioni, invece, il “dopo” sarà la normalità.

Per i più fortunati, una delle limitazioni difficili da accettare è, sicuramente, l’impossibilità di viaggiare alla scoperta del mondo e delle diversità culturali. Quanti di noi avevano in progetto un viaggio particolare, all’altro capo del mondo? Dopo mesi di chiusura, precauzioni, file, distanziamenti, la voglia di evadere è ancora più grande e, invece, ci ritroviamo con meno risorse e a dovere riprogrammare tutto, a scegliere destinazioni che probabilmente non avremmo scelto per svariati motivi. Ebbene sì, le cose cambiano e allora….

E allora noi cambiano destinazione: quest’estate andremo alla scoperta della nostra nazione, di ciò che ci rende simili e diversi e di tutto quello che, soprattutto, ci unisce!

Eccovi alcune immagini delle nostre meraviglie, che vi siano di ispirazione per le vostre destinazioni e… Buone vacanze!

Blog, Regno Unito, Turismo

Covid-19 echoes lesson taught by Eyam in the 1665 battle with the Black Death

The Covid-19 crisis is a powerful reminder of how the inhabitants of the Derbyshire village that decided to self-isolate themselves in order to save others.

Between the villages of Eyam and Stoney Middleton, lies a gritstone boulder called the “boundary stone”.

During the 1665-1666 outbreak of the Bubonic Plague, in a famous act of self-sacrifice, the inhabitants of Eyam decided to quarantine themselves, so as to prevent the deadly disease from spreading. The inhabitants of Eyam would come to place money in six holes drilled into the top of the boundary stone, filled with vinegar (believed to kill the infection) in exchange for food supplies and medicine left by their concerned neighbours.

The boundary stone

The Great Plague in Eyam

In August 1665, the Bubonic Plaque (also known as the Black Death) reached the home of village tailor George Vicars, via a parcel of cloth he had ordered from London. As the cloth was damp, it hung out in front of the fire to dry, releasing the plague-infested fleas, claiming George as its first victim, who died of a raging fever on 7th September 1665.

As the number of deaths continued to increase, the village’s newly-ordained priest, William Mompesson, together with his Puritan predecessor Thomas Stanley managed to convince villagers that the only thing to do was quarantine the village, and face almost certain death, rather than spread the plague to neighbouring areas.

The Plague raged through Eyam for the following 14 months, causing at least 260 victims, until 1st November 1666, when it claimed its last victim. By the end of the outbreak, over a ¼ of the local population, amounting to about 1,000 people were dead.

“Social distancing” in 17th-century Eyam, meant not only isolation but also funeral services that were conducted outdoors reducing physical proximity with families forced to bury their own victims in fields and gardens rather than the local graveyard.

Eyam’s selfless villagers, with strong Christian beliefs, showed extreme personal courage and sense of self-sacrifice. Thanks to them, the Plague had been prevented from spreading to other parishes.

Once again, the experience of those villagers has proved to be a rude awakening as families, communities, towns and even countries on a global scale have to tackle the concept of quarantine.

The term originates from the Italian ‘quaranta giorni’, a clear reference to the 14th century practice requiring plague-infected ships from Venice to remain anchored for 40 days prior to landing.

 For modern-day residents of Eyam, the escalating fears provoked by the voracious Coronavirus have caused powerful echoes of those lessons learnt following the imposed self-isolation of those bygone days.

Eyam’s tragic yet courageous story proves to be a clear message to many, remaining an indomitable example not only of how viruses can be transmitted but also how effective social-distancing can actually contain further outbreaks.

A remembrance service is still held every Plague Sunday at Cucklett Delf, on the outskirts of the village.

Turismo

Vedi Napoli e poi muori…disse colui che non era mai stato a Cava de’ Tirreni…

Scendendo da Napoli verso sud si trovano diverse città e piccoli borghi incantevoli assolutamente da non perdere. Prima di arrivare al mare, a circa quindici chilometri dalla Costiera Amalfitana, una cittadina di circa 60000 abitanti conserva ancora il fascino dei borghi medievali e racchiude bellezze e peculiarità che risalgono ai tempi degli antichi romani. Dalle alture cittadine è possibile ammirare l’intera valle con i suoi tetti colorati e le colline circostanti che la incorniciano fino ad aprirsi sul mare a sud. Di origine etrusca, Cava de’ Tirreni è una delle pochissime città del sud ad avere i portici, simbolo di attività commerciale, poiché offrivano riparo a coloro che si trovavano a passare da queste parti sulla strada verso Napoli. La città conserva ancora oggi il suo assetto commerciale e i suoi portici sono diventati un vero e proprio centro commerciale naturale dove è possibile trovare boutique di abbigliamento, locali, pizzerie e pub. Di sera le strade si riempiono di persone che amano passeggiare lungo il corso per fare il cosiddetto struscio (passeggiare rilassandosi tra le vie della città senza una meta).

Tutto questo è ciò che Cava era ed è stata da sempre, ma improvvisamente a inizio marzo tutto si è fermato… le strade sono rimaste deserte spogliando la città della sua anima. Osservare i portici in prospettiva, se da un lato dava la possibilità di ammirare la città in tutta la sua bellezza, dall’altro dava la misura di quello che è stato l’impatto della pandemia e del lockdown. Attività commerciali chiuse e nessuno per strada. Una città privata della sua anima più antica, la gente e l’attività frenetica dei commercianti…

Ma Cava de’ Tirreni non è nuova a questo tipo di esperienza, già nel 1656 la città dovette affrontare la Grande Peste così come avvenne in altre parti d’Europa. A testimonianza di ciò si possono consultare i documenti conservati nell’archivio del comune di Cava de’ Tirreni, di Salerno e di Napoli.

Nel documento conservato nell’archivio del comune di Cava de’ Tirreni il notaio Tommaso Gaudiosi scriveva: «Si ritrovò (a Cava de’Tirreni allora La Cava) infetta anch’Ella dal male senza potervi fare riparo, poiché essendo da ogni lato aperta, né essendosi dai superiori proibito affatto l’ingresso».

La città si riprese lentamente e faticosamente dalla peste per ritornare alla sua frenetica attività di città commerciale.

E noi oggi stiamo ripercorrendo le orme dei nostri padri… abbiamo raccolto le nostre forze e stretto nuove alleanze per sostenere una città ancora una volta in ripresa…

Tutto il resto venite a scoprirlo di persona….

Interviste e attualità

Voci dalla ripresa

Siamo finalmente nella tanto agognata fase 2, e il mio primo pensiero, devo ammetterlo è stato “quando posso andare dal parrucchiere?”. Appena ho saputo la data di apertura mi sono precipitata a prenotarmi! Finalmente potevo tornare a dare un senso al cespuglio che mi ritrovo in testa al posto dei capelli :)) E anche se avrei dovuto mettere mascherina e guanti non sarebbe stato un problema. Mia nonna diceva che “chi bella vuole apparire un po’ deve soffrire”… ben vengano allora questi piccoli sacrifici per ritagliarmi quel paio d’ore solo per me tra le coccole del mio amico parrucchiere! Sì, perché anche se andare dal parrucchiere per molti può essere considerato un lusso, è uno di quei momenti che ti rimettono al mondo, che ti fanno dimenticare per un po’ i problemi e ti regalano un angolo di serenità e di sorrisi. E mentre ero lì non ho potuto fare a meno di fare quattro chiacchiere, come al solito, e di scambiare con lui le considerazioni che questi ultimi mesi ci hanno imposto.

Siamo all’inizio della Fase 2, come sta procedendo?

Siamo al secondo giorno dall’apertura e sta andando abbastanza bene. Abbiamo provveduto a effettuare una sanificazione del salone e distanziato le varie postazioni nel rispetto della distanza di sicurezza. Le clienti sono abbastanza tranquille e ci chiamano per capire come ci siamo organizzati. Noi le rassicuriamo spiegando loro che abbiamo provveduto a sanificare tutte le attrezzature e gli ambienti, e che in negozio forniremo camice e asciugamani monouso. Sterilizziamo le attrezzature con il paracetico, in modo da garantire la perfetta sterilizzazione delle attrezzature. Prendiamo appuntamenti distanziati in modo da avere il tempo di seguire ogni cliente con la massima attenzione e cura, e invitiamo le clienti a indossare mascherina e guanti durante la permanenza in negozio.

Quali sono le misure di protezione che avete adottato?

Abbiamo installato una colonnina con un gel sanificante per consentire alle clienti di disinfettare le mani appena entrate nel negozio. Nel rispetto della legge sulla sicurezza abbiamo un termoscanner per rilevare la temperatura delle clienti. Una volta effettuate tutte queste operazioni iniziali compiliamo un modulo con nome e cognome della cliente e la temperatura rilevata. Contestualmente compiliamo anche un altro modulo per la privacy, anch’esso firmato dalla cliente. Successivamente la cliente può accomodarsi sulla poltrona, appena sanificata e pronta per accoglierla in tutta sicurezza. Per evitare assembramenti e ritardi eseguiamo un trattamento per volta e tutto viene stabilito durante la telefonata per l’appuntamento.

Come stanno reagendo i clienti?

Le clienti stanno reagendo con grande positività. Rispettano gli appuntamenti e hanno tanta voglia di tornare alla normalità, di prendersi cura dei propri capelli e della propria bellezza. C’è il desiderio di tornare alla vita sociale e le clienti rispettano tutte le regole per la loro sicurezza. Rispettano l’uso della mascherina e la distanza sociale.

Cosa avete fatto in questo periodo di quarantena?

Durante la quarantena ho cercato di recuperare tempo per gli affetti familiari. Di solito siamo presi dal ritmo quotidiano e non abbiamo tempo per fermarci. La pandemia che ci ha colpito ci ha permesso di riflettere sull’importanza della salute e del benessere della propria famiglia. Ho avuto più tempo per fare delle cose insieme, come ad esempio la colazione o preparare il pranzo insieme. Curare la casa e gli affetti senza fretta, cose che di solito non riesco a fare come vorrei perché preso dal ritmo e dalla velocità della vita quotidiana.

Per quanto riguarda il lavoro, io e i miei collaboratori siamo rimasti in contatto con molte delle nostre clienti, offrendo loro consigli sulla cura dei capelli e suggerimenti. Abbiamo continuato a curare il rapporto con le clienti pur rimanendo a distanza. Ci siamo confrontati con i colleghi di altri saloni per cercare di capire quali potessero essere le misure che avremmo dovuto adottare e sulle varie problematiche legate al nostro settore. Con alcuni colleghi abbiamo avuto un confronto anche acceso per quanto riguarda i tempi e le modalità per la riapertura. Molti tra colleghi e amici hanno manifestato momenti di scoraggiamento, ho cercato di tirarli su come potevo.

C’è stato spazio anche per la formazione e ne ho approfittato per seguire un webinar con il motivatore Roberto Re, esperto di Programmazione Neurolinguistica. Ho anche seguito diversi webinar sui prodotti e le strategie di vendita con l’azienda che ci fornisce i prodotti che usiamo quotidianamente nel nostro salone.

Vuoi dire qualcosa in particolare?

Personalmente penso che sia stato un periodo molto difficile dal punto di vista psicologico e della vita quotidiana. Ogni sera quando scendevo a buttare la spazzatura avevo sempre paura di essere fermato dalle forze dell’ordine. Sembrava ci fosse il coprifuoco. Spero vivamente che riusciremo a ripartire in maniera concreta e a tornare a un ritmo il più vicino possibile a quello cui siamo abituati, senza dimenticare il messaggio che questo periodo ci ha dato.

Il mio parrucchiere si chiama Gennaro Ronca ed è titolare, insieme al fratello Aldo, del salone di bellezza Ronca Parrucchieri, con sede a Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno.

Regno Unito

The evolution of education and long-term effects during lockdown in the UK

by Thérèse N. Marshall

17th May 2020

At the beginning of the Covid-19 pandemic situation, the outbreak of which took place in Wuhan (China), no-one in the UK would ever have thought that it would have actually come to a true lockdown situation. The real problem seemed so far away, in remote countries such as China, and even Italy was about 2,000 km people thought.

Nobody in the UK seemed to be overly concerned about the situation, even the Prime Minister Boris Johnson, cast Covid-19 aside as a mere flu-like virus that people needed to contract it in order to develop antibodies, coining the term “herd immunity”. So, people continued to frequent schools, cinemas, shopping centres, living life as if nothing was amiss.

When the whole of Italy became a red zone and thousands of people were contracting the dreaded Virus by the day, hundreds of victims dropping like flies were being reported on TV, especially in the northern town of Bergamo. We saw blood-chilling scenes of endless processions of coffins being transported on Italian military trucks to be cremated in other cities as the local cemetery was jam-packed.

Covid-19 was getting closer by the minute, perhaps it could actually affect the UK after all, people started to think.

Although as time passed and numbers of people who had contracted Covid-19 steadily increased, lockdown was officially declared only on 23rd March, far too late as many have complained and should have been enforced much earlier.

Rapidly, almost overnight, our lives changed on a global scale and little did we know, that the world would never be the same again. Things we normally took for granted became things we dearly longed for. Simple things like meeting up with friends, going to the pub, commuting on public transport, shaking hands with colleagues to name but a few, but also the younger members of our families, our children, had to come to terms with and adapt to the new way of behaving if we wanted to survive the pandemic situation.

Most parents realised that perhaps it was better to keep their children at home and gradually lessons moved, like most countries under lockdown, from a classroom environment to one of an online nature having a rather drastic impact on both teaching staff and students alike, especially for mature professionals who were not as computer-savvy as their younger counterparts and had to tackle working online for the very first time.

Over the course of five working days, teachers went from a normal operations to a reduction of services with regard to after-school activities and inter-school events, to a complete closure, with the consequent need to design an online learning curriculum and create an innovative online learning curriculum and to operate with a re-arranged academic calendar.

In the early days of lockdown planning, many teachers proved to be ambitious and trained the whole staff on the use of Microsoft Teams for the visual delivery of lessons, while others tried their hands at working on other platforms so as to guarantee children the continuity of their education even in this unique, surreal situation that has never before been known to Mankind.

As time passed, teachers began to reflect and modify their plans, putting together a whole school approach from Foundation Stage to Year 10 that had teachers create video blogs to support learning whilst being on-line during the scheduled timetable.  Form tutors were expected to go “live” every morning for 15 mins so as to provide some real life contact as it were and ambitions were tempered while effectiveness for learners and teachers, screen time, challenges for parents and indeed child protection issues had to be taken into account.

Where parents did not have the technology to support the envisaged learning and teaching during lockdown, they were allowed to borrow I-pads. Full educational programmes, revised daily timetables were developed for every year group and clear sets of instructions were created for all staff involved.

What many people are unaware of is that certain schools were forced to keep open, either to look after and take care of the education of key workers’ children or that of vulnerable and difficult kids coming from disadvantaged backgrounds. Schools were understaffed and the workforce was, in some case replenished by volunteers, who, often did not have the slightest idea of the risk they were running of contracting the virus under such circumstances.

It strikes home when we realise that for some vulnerable children, school is actually the only safe place for them, to protect them from abuse, for some, it represents the only place they can get proper meals. Thus, it was of paramount importance for teachers for even a small number of these “safe havens” just had to remain open.

By lockdown on 23rd March, updated guidance requested that local authorities and schools had to maintain provision for children in alternative provision settings wherever possible, expecting vulnerable children supervised by a social worker to attend school.

However, there was a catch to this situation: teachers could not force pupils to attend. The result was that teachers were travelling to work, putting themselves at risk, only to find very few children turning up.  The hard work social workers performed over time risked being undone, vulnerable kids risked going back to square one, abandoning the education that perhaps they had just started, realising this proved to be the only way out of the denigrating lifestyle they were enduring and when this support fell through, they risked going back to gangs, juvenile prostitution and drug-pumped environments.

So, as of date, although we can see that many children have adapted really well to this unique yet terrifying predicament and we have witnessed that major efforts on all sides have been made during lockdown, but what will the long-term effects be?

Despite everything, there have been both advantages and disadvantages to Covid-19. Not wishing to minimise the tragedy of the countless victims and economic disaster left in the Coronavirus aftermath,  we must admit that if this situation had not occurred, perhaps such a radical digitalisation would not have taken place on a global scale.

From one day to the next, people were stripped of their freedom and where possible,  were forced to work from home, having to stay cooped up and provide support to their children who, in turn, were facing an unprecedented situation that had turned their whole world upside down. No longer could they meet up with their mates and do all the things that kids normally do, which, to a certain extent,  must have had a detrimental effect on their mental health.

On June 1st, schools will re-open after a lockdown period exceeding  months, starting with primary schools, with Reception and Year 1 as part of Boris Johnson’s “conditional plan” to resume educational activities while learning to live with Covid-19, that is still at large.

Secondary school pupils will be informed in due course of the date on which they can return to a different sort of set up as conditions of safety must be guaranteed, students must adhere to social distancing, frequent use of hand sanitiser and wearing the necessary PPE to boot. Those taking exams next year, may be provided with some time with their teachers before the summer holidays commence.

However, many parents do not agree with the scheduled re-opening of the schools, albeit gradual. A recent poll stated that most would probably not send their children back to school as soon as they open.

A great deal of uncertainty with regards to both the re-commencement of education still looms over the heads of many schoolchildren and their parents, while the long-term effects that this whole craziness has had on their mental health, whatever background they come from, will probably unfold and come to light over the forthcoming months when phase-back plans start to kick in.